Dai provini a contatto ai cataloghi

da Super User
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Una fotografia è il frutto di uno processo calcolato oppure di un colpo di fortuna? Il fotografo ha notato immediatamente il potenziale della scena che aveva davanti a se e ci ha lavorato per realizzare un'immagine soddisfacente, oppure l'istante decisivo era lì pronto ed attendeva l'occhio esperto del fotografo per essere colto con un click?

Con l'avvento del digitale siamo ormai abituati ad utilizzare la macchina fotografica senza riflettere più di tanto, consapevoli che le nostre memory card possano contenere tante più foto di quante in realtà ne potremmo mai scattare.  Questa evoluzione ha fatto si che si è persa (forse definitivamente?) quella raffinata capacità dei fotografi di gestire i 36 scatti che avevano a disposizione.

Ma davvero dobbiamo pensare che i grandi fotografi del 900 erano cosi bravi (o fortunati) tanto da saper cogliere quell'attimo con un solo scatto così da consegnarlo alla storia?

La realà è un po' diversa, e questo forse farà perdere un po' di quel fascino agli scatti che sono diventati delle icone, ma in realtà analizzando i provini a contatto si riesce a ricostruire quello che è stato il pensiero del fotografo, quale è stato il processo che ha portato alla creazione di una vera e propria opera d'arte.

Ma cos'erano i provini o stampe a contatto? Una stampa a contatto non è altro che la stampa del negativo nelle sue dimensioni originali, ottenuta mediante contatto del negativo stesso con la carta sensibile esposta ad una sorgente di luce, come ad esempio quella di un ingranditore, per un determinato tempo. Per garantire il massimo contatto tra il negativo e la carta è necessaria una lastra di vetro da mettere sopra i negativi oppure utilizzare un apposito torchietto da camera oscura.

La stampa a contatto è stata utilizzata principalmente alla fine del XX secolo per ottenere una rapida impressione del contenuto di una striscia di foto 35 millimetri. Prima dell'avvento della pellicola 35mm i negativi erano sufficientemente grandi (pensiamo ai 6x6) da poterli visionare senza necessità di stamparli.  Le stampe erano in bianco e nero. Su un foglio delle dimensioni 24x30 è possibile stampare tutto il contenuto di un rullo. Ovviamente con l'avvento del digitale la stampa a contatto è caduta in disuso.

Queste stampe (o provini) a contatto rappresentavano il primo sguardo del fotografo sulla sua opera. Il fotografo, armato di lente di ingrandimento, scorreva le singole immagini cercando di carpire tra tutti gli scatti realizzati quale fosse la fotografia che fermava nel tmpo il momento perfetto. Di fatto i provini a contatto documentano la costruzione della foto, ripercorrono tutti i passaggi che il fotografo ha fatto per giungere alla fotografia che aveva già costruito nella sua mente.

Non c'è dubbio che i provini erano uno sguardo sull'operato del fotografo tanto da portare Bevan Davis a dire che "i provini a contatto sono la prova dei miei errori". Da ciò traspare un sentimento comune a molti fotografi che non amano condividere il proprio lavoro.

Lo stesso Henrie Cartier-Bresson sosteneva che "un foglio di provini è pieno di cancellature, di detriti. Una mostra fotografica o un libro sono come un invito a cena, e non è uso costringere gli ospiti a intingere i loro nasi nell pentole e nelle padelle, men che meno dei bidoni della spazzatura"

Del resto voi siete propensi a far vedere i vostri cataloghi a chi ve ne fa richiesta oppure ritenete che ciò non debba avvenire per evitare che il frutto del vostro lavoro in "camera chiara" (sviluppo digitale) consegnato ai vostri clienti possa venir messo  in discussione?

Ritenete che il momento in cui prendete visione di quello che è stato il vostro lavoro sia un'esperienza solitaria, intima e da non condividere  e come pensava Elliot Erwin che fosse "abbastanza deprimente osservare i miei provini, si nutrono sempre grandi aspettative che non vengono mai soddisfatte"?

 

 

 
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