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 Mnuela questo sconosciuto

Il "manuale" questo sconosciuto 

 

Festeggiamo quest'anno 10 anni di attività con la Scuola di Fotografia Digitale. Un percorso molto lungo, che negli anni ci ha portato in contatto con più di 600 corsisti. Con questi numeri va da se che ne abbiamo viste di tutti i colori: c'è chi punta tutto sulla tecnica approcciando alla fotografia più o meno come si farebbe per una materia scientifica, insomma il classico "secchione". C'è chi ritiene che la logica vincente sia quella del "chi ce l'ha più grosso" fotograficamente parlando. E allora giù di ottiche ultramegafantastiche che equipaggiano macchine fotografiche degne della NASA.

Ma noi non perdiamo la speranza e continuiamo imperterriti a ripetere  durante ogni corso che la fotografia va ben oltre la pura tecnica e la marca o il modello di reflex o mirrorless posseduta. Proprio per questo, durante i nostri corsi,  proponiamo lezioni di storia della fotografia, incontri con i fotografi contemporane e l'analisi del lavoro di  grandi fotografi del 900. Insomma ce la mettiamo tutta per far capire che la fotografia è in primis una questione di sensibilità, di emozione, di percezione, di empatia e poi di tecnica e per ultimo, forse anche di mezzo.

Ma come spesso capita ci scontriamo con chi invece non la pensa come noi e vuol farci credere che la fotografia sia ben altro.
Quest'anno le situazioni che più ci hanno sorpreso  e di cui  vorremmo parlare riguardano due specie di aspiranti fotografi (il ph che precede il vostro nome sui social o la scritta photography sulla vostra firma sia ben inteso non fanno di voi un fotografo) che facciamo veramente  fatica a capire ma ai quali, ovviamente,  auguriamo sempre e comunque buona luce.

La prima specie è quella che  probabilmente è molto dotata dal punto di vista economico e che quindi non fa particolare fatica ad acquistare l'ultimo ritrovato tecnologico in campo fotografico ma che poi ti ritrovi vicino agli eventi fotografici e lo vedi scattare in automatico. Per carità con il selettore della modalità di scatto delle vostre reflex fateci ciò che più vi aggrada, non per questo noi perderemo del sonno (del resto lo stesso Steve Mccurry ci invita ad usare gli automatismi se l'alternativa è rischiare di perdere il momento giusto), ma ci sorge spontanea una domanda: può essere che la paura di perdere il momento giusto vi ha praticamente attanagliato la coscienza che nel dubbio sfoggiate la vostra reflex/mirrorless da qualche migliaio di euro rigorosamente in auto? 

Perchè vivete con angoscia la possibilità di  poter usare la modalità  "manuale" invece di pensare che è proprio li, in quella piccola M che potete dare sfogo alla vostra vena creativa? Perchè limitarsi con le scelte della vostra reflex per quanto riguarda TEMPI/ISO/DIAFRAMMI ?

 

Per capire come lavorano questi tre parametri non è neccessario seguire un corso intensivo. Nei laboratori con in raagazzi delle medie è un qualcosa che si comprende in poche lezioni. Alle brutte potete seguire alcuni tutorial su youtube e vi sarà tutto più chiaro.

La seconda categoria di fotografi di cui vogliamo parlare crediamo sia un po' figlia della prima, ma sotto certi aspetti la consideriamo più inquietante della prima.
Anche quest'anno ci siamo imbattuti in chi pensa che quando si acquista un nuovo dispositivo elettronico, che sia un cellulare o una macchina fotografica, non sia necessario leggere il manuale delle istruzioni.

Certo negli ultimi anni i vari brand non vi rendono la vita facile, e sempre più spesso si è costretti a scaricare la versione digitale del manuale invece del classico libretto cartaceo, però riteniamo veramente assurdo ricevere messaggi del tipo " Ciao, mi sapresti dire come si impostano i diaframmi sulla mia macchina fotografica?quando hai 5 minuti, senza fretta" e dopo pochi secondi ti mandano in allegato il pdf del loro manuale.

La questione a questo punto si fa complicata. Io potrei anche leggermi il manuale della vostra macchina fotografica, trovare il punto in cui si parla del diaframma e di come si imposta. Successivamente potrei scrivervi come si fa e tu dovresti leggere quello che ho scritto io (molto probabilmente ho copiato e incollato direttamente le pagine del vostro  manuale) ma a questo punto non facevi prima a leggere il manuale?

Ora se si è deciso di seguire un corso di fotografia dove vengono spiegate funzioni e conseguenze delle impostazioni di parametri quali tempo, iso e diaframmi non si può pretendere di voler avere qualcuno che legga il manuale della vostra macchina e vi faccia poi il riassunto e ancora più importante capire che se si padroneggia per esempio concetti legati al funzionamento dei parametri di scatto (tempi, iso e diaframmi) e della composizione, si è in grado di scattare con qualsiasi macchina fotografica, che sia questa reflex, mirrorless o analogica, a patto però di capire che dovete leggervi il manuale.

 

 

 you press the button we do the rest

Il digitale ha cambiato la fotografia?  

 

Sempre più spesso si sente dire che l'avvento del  digitale ha cambiato per sempre la fotografia. L'uso di memory card con capienze spropositate che ci mettono nella condizione di fare comunque click, il ricorso compulsivo al display per valutare il risultato e l'avvento dei social hanno in qualche modo hanno cambiato l'approccio  alla fotografia.
Ma siamo certi che il responsabile di questo cambiamento sia solo il digitale oppure nella lunga storia di questa nobile arte c'è stato più di qualche cambiamento che ha decretato la fine della fotografia con l'F maiuscola?

Facciamo un salto indietro di oltre cento anni, alla fine del XIX secolo quando la fotografia era agli albori. Esattamente nel 1888 il fondatore della Kodak, George Eastman, ideo la Kodak Model 1.

Fin qui nulla di strano per una società associata fin da sempre alla fotografia. Ma osserviamo con attenzione lo slogan che accompagnava questa nuova macchina fotografica.
Recitava:" you press the button, we do the rest" ( tu premi il bottone, noi pensiamo al resto).

In effetti fino a quel momento la fotografia era un processo complicato e accessibile a pochi. Occorreva fare calcoli e impostare bene la macchina e soprattutto occorreva saper sviluppare e stampare le fotografie.

Con l'avvento di questa nuova macchina fotografica si è dato un grosso impulso ad un settore che giusto in quegli anni iniziava ad uscire da un ambito riservato a  pochi ed esperti utilizzatori per rivolgersi ad un pubblico più vasto.

La novità più importante introdotta da Eastman era la semplicità di utilizzo. Il fotografo di turno doveva solo inquadrare, fare click e inviare a Kodak la sua Model 1. In una  settimana si  ricevevano le 100 stampe, un nuovo rullo caricato e la macchina correttamente sigillata e pronta a scattare. 

Questa idea geniale di Eastman non solo consenti alla Kodak di inziare una rapida crescita industriale ma comincio a far percepire la fotografia come un mezzo di comunicazione di massa. Chiunque, con un budget minimo ed in modo estremamente facile,  poteva scattare delle foto. 


 

Qualche decennio più tardi, esattamente nel 1935, la Leica lancia sul mercato il modello IIIa (conosciuto anche come Leica G). Lo slogan che accompagnava questo nuovo prodotto recitava qualcosa come "La Leica è la fotocamera più veloce: la pellicola si avvolge automaticamente e la messa a fuoco è rapida, grazie al telemetro incorporato. Si possono realizzare tre scatti consecutivi in cinque secondi"

L'accenno sulla velocità della macchina, 3 fotografie in 5 secondi, incoraggiava inevitabilmente allo scatto, introducendo un approccio alla fotografia evidentemente meno concentrato sulla pellicola e più orientato a poter scegliere lo scatto in un secondo momento.

Attraverso questi due  esempi ci risulta facile capire come la fotografia ,fin dalla sua nascita, era destinata ad essere non solo  strettamente legata alla tecnologia ma che le stesse tecnologiche avrebbero modificato l'approccio a questa arte.

Ma allora come è possibile continuare a utilizzare una attuale macchina fotografica senza ritrovarsi a scattare compulsivamente e a distrarci guardando il display della macchina fotografica?

La risposta è tanto semplice quanto difficile da attuare visti i tempi che corrono. E' necessario rispolverare la cultura per la fotografia ed abbandonare quella dell'immagine. Acquistate libri di fotografia,  studiatevi i fotografi che hanno fatto la storia di questa meravigliosa arte, andate a vedere delle mostre fotografiche, emozionatevi osservando le fotografie,  seguite un buon corso di fotografia e  
diffidate da chi vi dice che è la macchina fotografica a fare la foto. 

 

 

 

Dai provini a contatto ai cataloghi

 

Una fotografia è il frutto di uno processo calcolato oppure di un colpo di fortuna? Il fotografo ha notato immediatamente il potenziale della scena che aveva davanti a se e ci ha lavorato per realizzare un'immagine soddisfacente, oppure l'istante decisivo era lì pronto ed attendeva l'occhio esperto del fotografo per essere colto con un click?

Con l'avvento del digitale siamo ormai abituati ad utilizzare la macchina fotografica senza riflettere più di tanto, consapevoli che le nostre memory card possano contenere tante più foto di quante in realtà ne potremmo mai scattare.  Questa evoluzione ha fatto si che si è persa (forse definitivamente?) quella raffinata capacità dei fotografi di gestire i 36 scatti che avevano a disposizione.

Ma davvero dobbiamo pensare che i grandi fotografi del 900 erano cosi bravi (o fortunati) tanto da saper cogliere quell'attimo con un solo scatto così da consegnarlo alla storia?

La realà è un po' diversa, e questo forse farà perdere un po' di quel fascino agli scatti che sono diventati delle icone, ma in realtà analizzando i provini a contatto si riesce a ricostruire quello che è stato il pensiero del fotografo, quale è stato il processo che ha portato alla creazione di una vera e propria opera d'arte.

Ma cos'erano i provini o stampe a contatto? Una stampa a contatto non è altro che la stampa del negativo nelle sue dimensioni originali, ottenuta mediante contatto del negativo stesso con la carta sensibile esposta ad una sorgente di luce, come ad esempio quella di un ingranditore, per un determinato tempo. Per garantire il massimo contatto tra il negativo e la carta è necessaria una lastra di vetro da mettere sopra i negativi oppure utilizzare un apposito torchietto da camera oscura.

La stampa a contatto è stata utilizzata principalmente alla fine del XX secolo per ottenere una rapida impressione del contenuto di una striscia di foto 35 millimetri. Prima dell'avvento della pellicola 35mm i negativi erano sufficientemente grandi (pensiamo ai 6x6) da poterli visionare senza necessità di stamparli.  Le stampe erano in bianco e nero. Su un foglio delle dimensioni 24x30 è possibile stampare tutto il contenuto di un rullo. Ovviamente con l'avvento del digitale la stampa a contatto è caduta in disuso.

Queste stampe (o provini) a contatto rappresentavano il primo sguardo del fotografo sulla sua opera. Il fotografo, armato di lente di ingrandimento, scorreva le singole immagini cercando di carpire tra tutti gli scatti realizzati quale fosse la fotografia che fermava nel tmpo il momento perfetto. Di fatto i provini a contatto documentano la costruzione della foto, ripercorrono tutti i passaggi che il fotografo ha fatto per giungere alla fotografia che aveva già costruito nella sua mente.

Non c'è dubbio che i provini erano uno sguardo sull'operato del fotografo tanto da portare Bevan Davis a dire che "i provini a contatto sono la prova dei miei errori". Da ciò traspare un sentimento comune a molti fotografi che non amano condividere il proprio lavoro.

Lo stesso Henrie Cartier-Bresson sosteneva che "un foglio di provini è pieno di cancellature, di detriti. Una mostra fotografica o un libro sono come un invito a cena, e non è uso costringere gli ospiti a intingere i loro nasi nell pentole e nelle padelle, men che meno dei bidoni della spazzatura"

Del resto voi siete propensi a far vedere i vostri cataloghi a chi ve ne fa richiesta oppure ritenete che ciò non debba avvenire per evitare che il frutto del vostro lavoro in "camera chiara" (sviluppo digitale) consegnato ai vostri clienti possa venir messo  in discussione?

Ritenete che il momento in cui prendete visione di quello che è stato il vostro lavoro sia un'esperienza solitaria, intima e da non condividere  e come pensava Elliot Erwin che fosse "abbastanza deprimente osservare i miei provini, si nutrono sempre grandi aspettative che non vengono mai soddisfatte"?